Intervista con l’artista: Paolo Franzoso

Quando ti sei avvicinato all’arte e qual è stato il motivo?

Ho cominciato a disegnare e scrivere i miei pensieri da bambino. Stimolato da arte, creatività e filosofia che nella mia cameretta respiravo.
Mio padre aveva appeso al muro i suoi pagliacci, che amava dipingere alla domenica, mia sorella attaccava le sue foto di danza sopra il letto e la libreria era piena di libri e riviste che mia madre aveva studiato all’università e ogni giorno leggeva.
Io mi perdevo, a giocare, ad osservare i titoli dei libri, sfogliavo le pagine delle riviste ricche di pubblicità e di cultura quotidiana, guardavo mia sorella ballare e copiavo i disegni di mio padre.
Mia mamma mi ha raccontato che da piccolo dentro un quaderno tra i miei scarabocchi colorati avevo scritto “Quando sono solo sono solo”. Io non ricordo di avere scritto quella frase, ma ricordo che vivevo momenti di solitudine, che facevo passare fantasticando e disegnando.

Ho scelto di fare una scuola superiore dove potevo sfogare la mia creatività ed imparare ad utilizzarla in un lavoro, e così dopo essermi diplomato in Arti Visve, dove ho imparato materie di comunicazione grafica, fotografia e regia video, sono diventato grafico pubblicitario e per tantissimi anni questo è stato il mio lavoro.
Qualche domenica mentre i miei figli piccoli dormivano o giocavano e mia moglie faceva le sue cose in casa, io dipingevo. Amavo la pittura e l’arte di Van Gogh e provavo a copiarla, ma non ero un grande pittore, dipingevo per passare il tempo e decorare la casa.

All’improvviso la mia vita è cambiata. Dopo 10 anni di matrimonio è finito l’amore “persempre”. Mi sono dovuto separare da mia moglie e dal calore e colore della mia famiglia e mi sono ritrovato a vivere da solo in una nuova, vecchissima casa, con i muri ingialliti dal tempo e con l’odore di vecchio. L’unica che in quel momento potevo economicamente permettermi.
Di giorno lavoravo nella mia tipografia e il tempo mi passava. Di notte quando non avevo i miei figli a dormire da me, il silenzio e la solitudine mi devastava l’anima.
Passavo le notti senza dormire con le orecchie che mi fischiavano dal silenzio della solitudine, mi sembrava di impazzire e non sapevo come venirne fuori. Ma non potevo deprimermi, avevo due bambini piccoli da continuare a crescere, e non volevo che vedessero il loro padre esaurito ed impazzito, non volevo che vivessero quello che in un modo diverso nella mia infanzia avevo vissuto io. Cosi ho cercato il modo migliore per venirne fuori, per riempire di colore le mie notti in bianco.

In una stanza vuota di quella vecchia casa ho preso l’ultimo quadro che stavo dipingendo quando ero sposato, ma che era rimasto incompleto per la separazione. L’ho girato ed ho iniziato a dipingere in una nuova maniera. La mia mano era più grafica che artistica, così ho abbandonato quella inesistente tecnica pittorica che avevo adottato e prendendo spunto da alcuni quadri in rilievo che avevo visto per strada in un viaggio a New York, dai collage di Rotella, la Pop Art di Warol fino allla Street Art di Bansky e Basquiat, ho inventato una tecnica mia.

Cosa significa per te dipingere?

Dipingere è l’immagine materica del mio pensiero, di quello che vivo, di ciò che vorrei dire e per mia timidezza non riesco a comunicare.
Dipingere è dedicare ad una persona l’immagine che ho di lei.
Iniziare a dipingere è stata una salvezza e una rinascita.
Dipingere è lavorare senza il peso di doverlo fare.
Dipingere è colorare di eterno un’emozione vissuta.
Dipingere è il mio pane quotidiano, è la felicità di riuscire a fare la spesa e pagare le bollette con la mia fantasia.
Dipingere è vedere attraverso i miei quadri gli occhi emozionati delle persone che per un attimo infinito di tempo vivono dentro quel mio armonico caos e si ritrovano in particolari di quei colori o bianchi e neri.
Dipingere è quel che io sono…e io sono quel che sogno di fare.

 

Chi è la tua fonte di ispirazione?

La mia ispirazione è il tempo che vivo, quello che vedo, è il mio passato, la mia infanzia vissuta, è l’energia di un’emozione che all’improvviso scoppia nella mia mente e si incolla su di una tela bianca. È ogni giorno qualcosa di diverso: è un artista che ho osservato, è qualcosa che ho in mente, è un dolore che voglio buttare fuori, è una bellissima emozione che voglio ricordare, è il desiderio di amare, è un albero, un vaso di fiori, è il caos digitale quotidiano, la confusione della città dove per 20 anni ho vissuto, è tutto quel che mi gira attorno, che osservo, assorbo, copio ed incollo nella mia memoria.

 

Ti ispiri a qualcuno dell’arte passata quando dipingi?

Prendo ispirazione da tutti gli artisti che conosco, mi piace studiare la loro storia guardando i documentari, i film e le opere che in internet o nei libri trovo, e quando posso vedere dal vivo le loro opere in una mostra, li, mi entrano dentro e mi danno un’energia carica di creatività.

 

C’è un’opera da te realizzata a cui sei particolarmente legato? Per quale motivo?

Il Mio caos è l’opera a cui sono più legato. Ci sono diversi strati in quest’opera. che nel corso degli anni ho modificato. Oggi è molto più in ordine, quando l’avevo iniziata si vedeva il “delirio” del mio caos.
E’ stato il luogo dove ho iniziato a dipingere ed appendere le mie prime opere. E’ quella stanza in cui sono riuscito a tirare fuori dal fallimento di una crisi il mio talento e dove, con il passare del tempo, mi sono ubriacato di felicità.

 

C’è un opera che ti rappresenta e parla di te come persona?

C’è un opera che ho intitolato “Chi sono”. È un pagliaccio seduto su di un pallone in equilibrio su un filo. Solitario e assorto nei suoi pensieri, si isola da ciò che lo circonda e riflette su quel che lui è dietro alla maschera che indossa, per far sorridere la gente.Non sono mai stato capace di mettermi una maschera per far vedere quello che non sono. Io sono una persona timida e silenziosa, cosi nell’adolescenza ho passato momenti di solitudine, apprezzavo ed ammiravo quelle persone che facevano ridere, che ci sapevano fare, che erano al centro dell’attenzione, mentre io silenzioso me ne stavo ad ascoltare. Vedevo la mia timidezza come una barriera, un distacco dalle persone, un starmene in disparte e mi sembrava di non essere apprezzato. Poi crescendo e forse proprio grazie all’arte sono venuti fuori in silenzio i miei colori e mi sono reso conto che rimanendo sempre quel che sono senza indossare maschere, sono stato apprezzato proprio perché timido, silenzioso, imbranato, impacciato, perché mi dimentico lo scotch attaccato ai pantaloni quando torno a casa dal lavoro, perché non indosso le mutande di Frankie Morello, non porto i Rayban, non ho la BMW e nemmeno il Moncler, ma un cappotto sporco di colore. Perché non conosco a memoria i nomi dei vini, che fa figo quando devi offrire un aperitivo, e perche non parlo troppo ma mi piace ascoltare.

 

Perché un artista abbandona un suo filone pittorico per intraprenderne un altro?

Io dipingo in modo istintivo, è una continua sperimentazione di materiali mescolati con colori, colla, carta e quel che al momento nel mio studio ho a disposizione. Credo comunque che ci sia una firma nelle mie opere, perché le persone le riconoscono e questa è una bellissima cosa nell’arte.

 

Quali sono i motivi che ti spingono a cambiare rotta e percorrere strade nuove?

Quando sto realizzando un’opera e non riesco a vedere quello che vorrei esprimere, mi succede che la strappo o la ricopro di colore, e provo a cambiare tecnica per buttare fuori più velocemente possibile quell’idea che ho in mente. Fino a quando non la vedo realizzata sono tormentato e molte volte cambiando i colori in tavola, apprendo nuove strade da percorrere.

 

Quali sono i tuoi progetti futuri?

I miei progetti futuri sono di farmi conoscere il più possibile, attraverso mostre, esposizioni e collaborazioni con persone che credono nel successo delle mie opere.

 

Che cosa ti aspetti dal mercato nell’arte e come lo vedi oggi?

Non ho molte conoscenze del mercato dell’arte e non sono nemmeno molto capace di fare affari, faccio molta fatica a dire il prezzo di una mia opera quando mi chiedono il valore, perché per me è più un valore emotivo. Per questo ho affidato questo compito a chi è del mestiere, così che io abbia solo il pensiero di dipingere i miei pensieri.

 

Che influenza ha su di te?

Io vivo della mia arte, è diventato il mio lavoro, anche se lavoro non lo chiamo. Sono felice perché riesco a mantenermi e mantenere i miei figli dipingendo e vendendo le mie opere. Vivo alla giornata, ci sono momenti di tranquillità economica ed altri in cui non ho nemmeno un euro per il caffè, ma vedo che le mie opere sono apprezzate, ed hanno già un valore di mercato alto, collaborando con le persone giuste sono sicuro che avrò finalmente una vita economicamente tranquilla.

Posted on 16 novembre 2018 in Arte, Blog

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